Vorrei un figlio da te che sia una spada lucente, come un grido di alta grazia, che sia pietra, che sia novello Adamo, lievito del mio sangue e che risolva più quietamente questa nostra sete. Ah, se t'amo, lo grido ad ogni vento gemmando fiori da ogni stanco ramo e fiorita son tutta e d'ogni velo vo scerpando il mio lutto perché genesi sei della mia carne. Ma il mio cuore, trafitto dall'amore ha desiderio di mondarsi vivo. E perciò dammi un figlio delicato, un bellissimo, vergine viticcio da allacciare al mio tronco, e tu, possente olmo, tu padre ricco d'ogni forza pura mieterai liete ombre alle mie luci.
Durante il simposio, prende la parola anche il commediografo Aristofane e dà la sua opinione sull'amore narrando un mito. Un tempo - egli dice - gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v'era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all'antica perfezione.
Mi sembra che gli uomini non si rendano assolutamente conto della potenza dell'Eros. Se se ne rendessero conto, certamente avrebbero elevato templi e altari a questo dio, e dei più magnifici, e gli offrirebbero i più splendidi sacrifici.
Mia soave, di cosa odori? Di che frutto? Di che stella? Di che foglia?
Presso il tuo piccolo orecchio o sulla tua fronte mi chino, ficco il naso tra i capelli e il sorriso, cerco di riconoscere la stirpe del tuo aroma: è soave, ma non è fiore, non è coltellata di penetrante garofano o impetuoso aroma di violenti gelsomini, è qualcosa, è terra, è aria, mele o legnami, odore di luce sulla pelle, aroma della foglia dell’albero della vita
con polvere di strade e freschezza d’ombra mattutina alle radici, odor di pietre, di fiume, ma più simile a una pèsca, al tepore del palpito segreto del sangue, odore di casa pura e di cascata, fragranza di colomba e capelli, aroma della mia mano che perlustrò la luna del tuo corpo, le stelle della tua pelle stellata, l’oro, il grano, il pane del tuo contatto, e lì, per tutta la lunghezza della tua luce furiosa, sulla tua circonferenza d’anfora, sul calice, sugli occhi del tuo seno, fra le tue ampie palpebre e la tua bocca di schiuma, su tutto lasciò, la mia mano lasciò odor d’inchiostro e selva, sangue e frutti perduti, fragranza di obliati pianeti, di puri fogli vegetali, lì il mio stesso corpo sommerso nella freschezza del tuo amore, amata, come in una sorgente o nel suono di un campanile lassù tra l’odore del cielo e il volo degli ultimi uccelli, amore, odore, parola della tua pelle, dell’idioma della notte nella tua notte, del giorno nel tuo sguardo. Dal tuo cuore sale il tuo aroma come dalla terra la luce fino alla cima del ciliegio: sulla tua pelle io fermo il tuo palpito e odoro l’onda di luce che ascende, la frutta sommersa nella sua fragranza, la notte che respiri, il sangue che esplora la tua bellezza fino a giungere al bacio che mi attende nella tua bocca. (Pablo Neruda)
Ti preferisco zitta e nuda, che nessuna musica parola o voce mi distolga dal tuo sguardo e dalla tua bocca perfetta. Io sono un niente. Sono l'uomo che ero e non lo sono più. Sono quello che vedono i tuoi occhi: un mendicante d'amore un bruto un pasticcere un ubriaco che canta un pazzo un prigioniero. E sono folle folle folle d'amore per te. Ti preferisco zitta e nuda, che non ho più parole per vestirti e niente con cui scaldarti e tu sei piccola e tremi tremi tremi d'amore per me.
E' molto facile amare le cose belle. Rimanere incantati davanti ai colori sgargianti di un fiore, le linee perfette di un dipinto, la maestosità di un edificio, la profondità di un paio d'occhi. La Bellezza si offre a chiunque. A qualunque sguardo. E' che non ti puoi limitare ad amare solo la buccia delle cose, nè ad amarle tutte. Nel più profondo del cuore ci puoi mettere solo un fiore, solo un paio d'occhi. Solo una città, solo una donna. E a volte sono due posti e due amori che si rassomigliano molto.
Stanotte ho rivisto la mia città. Il cuore della mia città. E ancora una volta ho imparato che l'amore è questo. Questo che sento. Perchè amare le cose belle è molto facile, o amarne solo la buccia. Ma dietro le bucce ci sono le cose vere. E le cose vere non sempre sono belle. Ma per amarle davvero ci devi entrare, devi imparare a conoscerle e se, dopo averle conosciute, quelle cose ti piacciono ancora, allora le ami davvero. Perchè anche nel palazzo più bello, dentro c'è un muro dove attecchisce la muffa, una stanza dove d'inverno fa troppo freddo e d'estate troppo caldo, un ricordo che ti fa troppo male, un calorifero che non funziona. E anche nella città più bella ci sono posti dove da sola non andresti mai, specialmente di notte, i parcheggi che mancano, il negozio con la commessa maleducata ma che è più vicino a casa e tu non hai tempo e devi andarci comunque, ci sono stagioni che sembrano non finire mai e anni in cui ti senti stretto ovunque. Perchè ti crescono le spalle e quella città ti sembra un abito da dismettere, che non ti sta più bene e che non intendi portare addosso per tutta la vita. Perchè ne vuoi uno più bello, più comodo, senza rattoppi. E magari un giorno te lo togli di dosso davvero.
Non ci sono nemmeno nata io in questa città. Ma ti succede di amare una cosa così, senza sceglierla. E quella che ho rivisto stanotte è quella che amo, quella buia, quella dove non andresti di notte da sola. E ho pianto. Perchè la amo nonostante questo. E questo amore lo conosco bene, questo andare negli angoli un po' scuri delle cose, sdraiarsi sulle ombre, innamorarsene.
Il mondo idolatra le bucce.
Io amo. E ti amo. Oltre il verde dei tuoi occhi, amo quello che hanno visto. E la tua anima, come la mia città, con quelle strade dove non vorresti mai andare, e i rattoppi, e una stanza dove d'inverno fa troppo freddo e d'estate troppo caldo e qualche ricordo che fa troppo male. E' un po' questo. Appena sveglia, in pigiama, coi capelli spettinati e gli occhi ammaccati. E tu la ami e pensi che non ci sia niente di più bello da guardare che lei in quel momento. E lo pensi davvero.